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Ha diritto all’indennizzo anche chi ha contratto l’epatite facendo la dialisi «a causa di una insufficiente pulizia della macchina dalle sostanze ematiche lasciate da altro paziente». Lo ha stabilito la Cassazione estendendo quanto già previsto dalla legge (la numero 210 del 1992) in caso di trasfusioni di sangue infetto, vaccinazioni obbligatorie e somministrazioni di derivati. 

La Terza Sezione Civile ha respinto il ricorso presentato dal ministero della Salute nei confronti della vedova di un paziente sottoposto a dialisi dal 1974 e morto nel 1996 per epatite, cui la corte d’Appello di Cagliari nel 2006 aveva riconosciuto l’indennizzo, riformando la sentenza di primo grado che l’aveva negato proprio perché il caso non è espressamente previsto dalla legge. I giudici di piazza Cavour hanno così cambiato orientamento rispetto a quanto stabilito nell’unico precedente finora verificatosi e sottoposto all’esame della sezione Lavoro. La Corte ha ritenuto di poter estendere ai casi di emodialisi, «per contiguità», una pronuncia della Corte Costituzionale che nel 2009 ha concesso i benefici previsti dalla legge anche «ai danni derivanti da epatite contratta a seguito della somministrazione di emoderivati». Con la sentenza 9148 depositata oggi la Cassazione ha innazitutto chiarito la responsabilità del ministero della Salute in questi casi («sussiste la legittimazione passiva del ministero della Salute»), e ha poi esteso la legge anche a quei casi in cui il contagio è derivato non da una trasfusione eterologa, ma dal «reinserimento nel corpo della persone sottoposta a dialisi del suo stesso sangue, infettato per contatto con sangue eterologo nel cosiddetto “rene artificiale”».  

 

 

 

Paolo Besati tratto da wwwavvocatideiconsumatori.it